Petrolio e dimenticanze

Santo cielo! Ormai è più che evidente: tra petrolio e problemi di memoria e di attenzione c’è un nesso innegabile. La scienza dovrebbe studiare seriamente il fenomeno poiché non esagero se affermo che siamo in presenza di una vera e propria sindrome. Si potrebbe chiamarla sindrome petrolifera del calo di attenzione, o sindrome del petrolio lucano, visto che la Basilicata sembra esserne l’epicentro, o anche sindrome di Pittella, dal nome di uno dei personaggi più illustri ad esserne colpiti o infine sindrome della giunta lucana visto che la sindrome ha colpito molto duramente i vertici della Regione Basilicata.

Voi quale preferite?

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Pozzo in fase di perforazione in val d’Agri

La questione è ben seria. Si tratta di una sindrome molto strana. Sembra che colpisca funzionari pubblici nel momento in cui sono impegnati in questioni legate al petrolio. La caratteristica più sconcertante però è che questa sindrome sembra in grado di colpire collettivamente gruppi di individui fino a condizionare collettivamente il funzionamento di intere istituzioni.

Come spiegare altrimenti quanto recentemente successo nel processo sul petrolio lucano che vede l’Eni imputata del reato di smaltimento illecito di rifiuti? L’inchiesta andava avanti da ben tre anni e ha avuto una importante svolta il 31 marzo di quest’anno di quest’anno. Dopo tanto indagare i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia hanno deciso di passare all’azione facendo un pesce di aprile perfetto per esecuzione e tempismo arrestando alcune simpatiche personcine che sarebbero state allo scherzo. I pesci finiti nella rete dei magistrati sono dopotutto persone poco importanti: dirigenti dell’Eni, l’ex direttore dell’Ufficio Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata, la carissima e super-affabile ex sindaca di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (che saluto anche a nome di mia nonna che le voleva molto “bene”). Molti di più però sono gli indagati, oltre una sessantina, tra dipendenti Eni, imprenditori, dirigenti regionali e personale dell’Arpab, la migliore agenzia per l’ambiente in Europa, anzi – che dico – al mondo che vanta la bellezza di due ex direttori indagati e un terzo che se ne è scappato via. Due i filoni dell’inchiesta: uno molto mediatico, uno molto più serio e grave. Il primo riguarda il giro di affari attorno al costruendo centro oli di Tempa Rossa, di proprietà della Total. Era qui che la sindaca di Corleto dettava legge imponendo assunzioni e appalti assurdi alla compagnia per propri scopi di clientela, richieste che la compagnia accettava senza problemi in cambio di una totale libertà di azione. Questo filone ha visto coinvolto anche l’ex compagno della ministra alla Sviluppo Economico, Federica Guidi, nota ai più come “sguattera del Guatemala”, che pare sia stata usata come pedina per promuovere un emendamento per facilitare le operazioni della Total. La povera Federica a quel punto ha fatto un triplo salto carpiato dalla sua poltrona di ministro per spiacciacarsi malamente a terra calamitando su di se l’attenzione mediatica, mentre i guai più gravi stavano altrove. Non dico nei terreni e nelle acque avvelenati con scarichi industriali inquinatissimi in piena campagna – che non sono della Total (chi dice il contrario è uno che picchia i figli), ma che casualmente si trovano giusto 20 metri a valle di un suo pozzo in riperforazione – e con discariche di rifiuti a cielo aperto – queste, invece, proprio della Total . L’inchiesta nel filone Tempa Rossa dopotutto non toccava questi argomenti. L’altro filone, però, sì che riguardava fatti scottanti e di maggiore interesse pubblico e ambientale rispetto ai salti carpiati delle sguattere del Guatemala. Stiamo parlando infatti di un presunto smaltimento illecito di rifiuti da parte dell’Eni declinato in tutte le possibili varianti e salse: aria, terra, acqua, fuoco. Il tutto con la connivenza, la complicità e le coperture di chi avrebbe dovuto vigilare. Nella fattispecie i magistrati hanno contestato all’Eni il continuo sforamento, ben oltre i limiti di legge, delle emissioni di gas nocivi dall’impianto del centro oli di Viggiano, dove viene fatto il primo trattamento di petrolio e gas estratti dal giacimento della val d’Agri (il giacimento su terraferma più grande d’Europa). Inoltre l’Eni avrebbe utilizzato in modo irregolare il pozzo di reiniezione Costa Molina 2. Questo pozzo dovrebbe essere utilizzato per smaltire le sole acque estratte insieme al petrolio o prodotte durante alcune fasi di lavorazione (per ogni litro di petrolio si può arrivare fino a 10 litri di acqua di scarto). In pratica queste acque inquinate e la cui depurazione sarebbe molto costosa vengono reiniettate nelle rocce permeabili del serbatoio di petrolio a oltre 4 km di profondità. I dirigenti Eni a questo punto si devono essere detti, ma visto che ributtiamo tutta quest’acqua laggiù, perché non ci mettiamo dentro anche un po’ di sostanze tossiche prodotte dalla lavorazione del gas, così ce le togliamo di mezzo e non le dobbiamo smaltire? Tanto chi ci controlla? Proprio questo sarebbe successo secondo gli inquirenti che hanno perciò sequestrato il pozzo di reiniezione dell’Eni insieme ad alcuni impianti del centro oli. Il sequestro però si è esteso però anche a un’altra struttura, l’impianto di Tecnoparco, nel comune di Pisticci (MT), a circa una settantina di km dalla val d’Agri. Questo è un impianto di trattamento di rifiuti industriali dove le sostanze chimiche vengono separati dalla parte acquosa e rese inerti (almeno così dovrebbe essere). Qui vengono trattate anche molte del le sostanze di scarto prodotte nel centro oli in val d’Agri, o meglio, quelle che non venivano proditoriamente reinettate nel sottosuolo. Dov’è dunque il problema? Nei numeri, o meglio in alcuni codici, detti codici CER, che vengono usati per qualificare i rifiuti. Ad ogni codice corrisponde un livello di pericolosità dei rifiuti ed un opportuno trattamento. Ora, guarda un po’, pare che l’Eni truccasse questi codici classificando rifiuti pericolosi come non pericolosi. Questo naturalmente comportava un trattamento non a norma, ma molto meno costoso.

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Le torri del Centro Oli di Viggiano fanno capolino tra i frutteti della val d’Agri

E così mentre il campionato mondiale di tuffi vedeva le sguattere del Guatemala primeggiare seguite dai capitani della marina, con al terzo posto alcuni politici che se la prendevano con i magistrati per aver ordinato sequestri e arresti a due settimane dal referendum sulle trivelle, nessuno si filava le acrobazie dell’Eni nel campionato mondiale di smaltimento rifiuti, con l’aiuto della confusione determinata dalla presenza di due filoni di indagine.

Magari può anche darsi che a livello mediatico l’attenzione e l’accuratezza nel riportare i fatti non sia stata eccezionale e anche a livello di pubblico nazionale è difficile essere coinvolti da quello che avviene in una regione dimenticata da tutti, però, almeno a livello istituzionale l’attenzione su questi eventi dovrebbe essere massima. E invece qui è arrivata come un fulmine a ciel sereno la sindrome della dimenticanza di cui si parlava prima. Tra i primi ad esserne colpiti è stato Marcello Pittella, presidente della Regione Basilicata, istituzione pesantemente coinvolta nell’inchiesta. Il prode tempo addietro aveva affermato che in caso fosse stato appurato un inquinamento causato dalle attività estrattive, avrebbe immediatamente bloccato e trivelle. Ora non si capisce se per lui l’inchiesta sull’Eni non sia stata sufficiente o si sia dimenticato delle sue parole, però pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo era su canale 5 a vaneggiare sulla pesca di frodo come causa delle morie di pesci nel lago del Pertusillo, posto proprio vicino agli impianti dell’Eni. E’ vero che l’inchiesta non ha appurato casi di inquinamento avvenuto, ma solo pratiche illecite di smaltimento rifiuti, ma se i rifiuti vengono smaltiti illecitamente come si può pensare che non ci sia inquinamento? Pittella evidentemente ha potuto… oppure sono stati i primi sintomi della sindrome. In ogni caso questo improvviso sbandamento di Pittella è stato solo un prodromo.

Per mesi poi, in seguito alla chiusura degli impianti dell’Eni e al totale blocco delle estrazioni, le istituzioni lucane si sono completamente dimenticate della questione della sicurezza ambientale per concentrarsi solo su quella lavorativa e economica. La magistratura doveva dissequestrare al più presto gli impianti per consentire la ripresa delle attività e così è stato a seguito delle modifiche agli impianti fatte dall’Eni. Quando alla fine di agosto le attività sono ripartite tutta l’attenzione era rivolta ai lavoratori che tornavano a lavoro e alle royalties che prendevano di nuovo ad affluire nelle casse della regione, ma di nuovo la disattenzione sula questione ambientale continuava. Che modifiche aveva mai fatto l’Eni per garantire di non inquinare più? Io glielo ho chiesto, ma non mi hanno risposto, né ho trovato risposte altrove. L’unica cosa che si sa è che hanno garantito di non smaltire più sostanze tossiche nel pozzo di reiniezione, ma degli sforamenti nelle emissioni e del trattamento rifiuti a Tecnoparco né l’Eni, né la magistratura né le istituzioni hanno detto nulla.

Nel frattempo parte il processo. Una delle prime fasi è quella della richiesta di costituzione di parte civile: chi si sente danneggiato può fare richiesta al tribunale di essere considerato ufficialmente come tale. I magistrati devono a questo punto accogliere o respingere le richieste. E’ avvenuto così ad esempio che l’associazione Liberiamo la Basilicata sia stata riconosciuta come tale. Anche la Regione Basilicata, in quanto danneggiata dalle attività dell’Eni era tenuta a costituirsi e in effetti l’ha fatto (se non lo avesse fatto sarebbe stata una chiara dimostrazione di connivenza con i malfattori). Tuttavia qui la sindrome petrolifera ha raggiunto il suo apice. Per avere valore legale, infatti, la richiesta di costituzione di parte civile da parte di un ente deve essere fatta dal suo rappresentante legale, ovvero Marcello Pittella nel caso della Regione Basilicata. Ora per una terribile dimenticanza la richiesta è stata fatta firmare all’assessore Franconi e così il tribunale ha rigettato la richiesta. Qui si vede quanto possa essere letale la sindrome. Questo significa che nel caso il processo appuri un reale danno causato dall’Eni, la regione non potrà rivalersi sulla compagnia.

La cosa però non è finita qui perché la sindrome non è rimasta confinata in Basilicata, ma ha intaccato un intero ministero a Roma. In effetti era già stata riconosciuta come ammissibile la costituzione di parte civile da parte del ministero dell’Ambiente nella fase istruttoria del processo, ma il ministero deve essersene dimenticato visto che non ha presentato nessuna richiesta formale in tal senso. Il tenente della polizia provinciale di Potenza, Giuseppe di Bello, che è uno che non si fida, ci ha visto del marcio e ha invocato la legge presentando un esposto per omissione in atti d’ufficio. Io, invece invoco la scienza: che si studi al più presto questa terribile sindrome e si trovino i rimedi prima che i la situazione diventi drammatica… se già non lo è.

Virus resistenti VS ministri incompetenti

Ho visto di recente un video in cui Vincenzo De Luca, l’eroico pluri-indagato governatore della Campania, con la sua classica verve se la prende con Di Maio, colpevole secondo lui di essere uno sfaccendato buono a nulla che pretende di fare la morale agli altri. Questo perché Di Maio vanterebbe nel suo curriculum la professione di web master e le esperienze lavorative di stuart al San Paolo, di tecnico riparatore di computer e di manovale. Il punto cruciale è che secondo De Luca il lavoro di web master equivarrebbe appunto a fare lo sfaccendato.

De Luca è nato nel 1949 a Ruvo del Monte, un paesino sperduto della Basilicata in provincia di Potenza. All’epoca doveva ospitare più pecore che esseri umani, immagino. Poi è andato a studiare filosofia a Salerno. Uomo d’altri tempi, vecchio stampo, ‘Cenzino De Luca, come verrebbe affettuosamente chiamato se non avesse abbandonato la Basilicata (anche se magari lui avrebbe preferito essere chiamato Don Luca, da bravo notabile meridionale, e magari avrebbe pure gradito il voi, come si usava una volta al sud). Vorrei solo far notare che la definizione di web master si trova anche su wikipedia e penso che uno come De Luca, così forbito e capace, seppure un po’ attempato, non dovrebbe avere difficoltà a documentarsi. In ogni caso è da tenere a mente che per il simpatico governatore della Campania sia esecrabile che uno che ha fatto il manovale sieda sulla poltrona di vicepresidente della Camera.

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Il governatore della Campania, De Luca, insieme a Renzi. Dalla gestualità si direbbe che stia spiegando al premier cosa dovrebbe fare a Di Maio la prossima volta che questo ha voglia di parlare. Crediti: Palazzo Chigi

 

E poi abbiamo naturalmente una ministra come la Lorenzin.

Beatrice Lorenzin, Ministra della Salute.

Ed è proprio in tale veste che nell’anno del Signore 2016, il giorno 31 maggio la Ministra ha dichiarato guerra senza quartiere ai temibilissimi virus…

ehm…“resistenti agli antibiotici” (come da lei affermato con forte convinzione)

Qui la dichiarazione di guerra

http://www.fedaiisf.it/sanita-ministro-lorenzin-virus-resistenti-agli-antibiotici-tema-al-centro-agenda/

Sicuramente è da ammirare l’atteggiamento di chi ha dovuto scrivere il comunicato della FEDAIISF, nel quale si è limitato a riportare in maniera molto istituzionale le parole della ministra e riservando solo una nota finale al proprio sdegno, anche se vi è da dire che virgolettati e grassetto lasciano intuire un sottinteso ironico.

 

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La Ministra alla Salute Beatrice Lorenzin, nella conferenza stampa di dichiarazione di guerra ai virus resistenti mentre mima un gesto classico che ha fatto scuola nelle facoltà di Relazioni Internazionali. Crediti:FEDAIISF

 

Certo, si fa sempre una gran confusione tra virus e batteri e molti non sanno quale sia l’effettiva differenza. È una cosa che si studia a scuola, ma negli anni può finire dimenticata o confusa, come molte altre cose studiate alle superiori. La questione però è fondamentale per capire come curare certe malattie e anche nella vita di tutti i giorni per fare un uso appropriato di medicine come gli antibiotici.

I virus non sono delle vere e proprie forme di vita e non possono moltiplicarsi senza parassitare delle cellule. Sono formati da un guscio di proteine che contiene del materiale genetico e sono molto piccoli, circa 100 volte più piccoli di un batterio. Quando infettano una cellula il loro materiale genetico si attiva e obbliga la cellula a continuare a riprodurre virus fino a distruggersi. Il nostro corpo li combatte soprattutto producendo anticorpi, delle molecole che neutralizzano i virus legandosi ad essi.

 

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Schema di un simpatico virus. All’esterno il guscio proteico con particolari molecole che permettono di ingannare le cellule e agganciarsi ad esse. All’interno invece è presente il materiale genetico con le istruzioni per la loro riproduzione. Una volta che il virus si è agganciato il suo materiale genetico penetra all’interno della cellula ordinando di riprodurre copie del virus stesso fino allo stremo. E poi muore.

 

I batteri, invece, sono le forme di vita più antiche e sono organismi unicellulari molto primitivi e semplici. I batteri sono importantissimi perché svolgono una serie di funzioni chimiche di base e sono le fondamenta su cui si basa l’intero ecosistema della Terra. Alcuni di essi vivono in simbiosi con la specie umana e ci sono indispensabili per vivere. Sono i batteri presenti nel nostro apparato digerente, ad esempio, che ci permettono di assimilare alcune sostanze nutrienti dal cibo. Altri, invece, sono parassiti e una volta entrati nel nostro organismo cercano di utilizzare le sostanze presenti per nutrirsi e moltiplicarsi. Nel fare ciò però possono danneggiare in vari modi le funzionalità del nostro organismo, ad esempio producendo tossine. Di solito il nostro sistema immunitario è in grado di tenere sotto controllo la maggior parte dei batteri nocivi. Quando però questi riescono a prendere il sopravvento, perché particolarmente aggressivi o perché le nostre difese sono indebolite, ci ammaliamo. È il caso delle infezioni batteriche che possono andare da un semplice mal di gola, alla tubercolosi o addirittura alla peste.

Quando il nostro sistema immunitario fallisce per fortuna ci sono gli antibiotici, sostanze che possono uccidere i batteri o bloccarne la riproduzione. Vista la loro funzione sono quindi fondamentali nella cura di malattie causate da infezioni batteriche, ma sono totalmente inutili contro i virus. Quindi, ad esempio, mentre vanno benissimo per curare il mal di gola, nulla possono contro l’influenza. Quando però alcuni batteri risultano resistenti a un particolare antibiotico, come ad esempio la penicillina, moltiplicandosi trasmettono questa caratteristica alle generazioni successive rendendo totalmente inutile tale farmaco. A complicare la situazione c’è la possibilità per alcuni di questi batteri di trasmettere questa caratteristica ad altri, anche di altre specie e non solo alla propria discendenza, estendendo così la resistenza a macchia d’olio. E’ un po’ come se, una volta scoperto come fregare una particolare cura, i batteri si dessero la voce: a quel punto la cura è neutralizzata. L’esempio più eclatante è proprio quello della penicillina, primo antibiotico scoperto: l’utilizzo continuato dagli anni 50 ha selezionato ceppi batterici resistenti tanto che oggi ha perso ogni efficacia per molte infezioni. Purtroppo il grande uso che si è fatto di antibiotici, spesso anche scorretto, ha selezionato nel corso degli anni ceppi batterici resistenti a molti tipi di antibiotici o addirittura a tutti. Il fenomeno della resistenza batterica è in continua crescita e ciò a fronte di un continuo calo del numero di nuovi antibiotici che riusciamo a inventare. Per questo la lotta alla resistenza sta diventando una delle priorità sanitarie a livello globale. Questo è anche il motivo per cui gli antibiotici vanno presi solo se è assolutamente necessario, seguendo alla lettera le prescrizioni e non interrompendo mai la cura, avendo in mente che ogni volta stiamo allenando i batteri a resisterci e che la prossima volta ci potremmo trovare disarmati.

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Rappresentazione schematica di un batterio. A differenza delle cellule di cui siamo composti non è presente un nucleo che tiene separato il DNA dal resto della cellula. Crediti: LadyofHats.

 

Tornando alla nostra prode Ministra alla Salute, certo è che, se la sua preoccupazione sono i “virus resistenti agli antibiotici”, allora si trova di fronte a un grosso problema, insormontabile oserei dire. Una battaglia senza speranza alcuna di successo e più disperata di così non si è mai vista, in effetti, giacché ogni singolo virus esistente sulla faccia della terra è resistente agli antibiotici. Un duro impegno l’attende quindi, ma a questo punto se le rimane un briciolo di dignità mi permetterei di suggerirle il seppuku, la nobile pratica con cui gli antichi samurai si suicidavano di fronte alla sconfitta.

 

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Stampa dell’artista giapponse Kunikazu Utagawa risalente al 1880 contente il dettagliato piano di battaglia per la guerra della Ministra Lorenzin contro i virus resistenti. Crediti: Public Domain.

 

Beatrice Lorenzin

Romana, del 1971, diplomata al liceo classico.

Ministra alla Salute, quindi, e con un bel diploma classico.

Anche Di Maio ha solo il diploma (e non solo lui, anche D’Alema, Veltroni e Rutelli come fece giustamente notare Valter Delle Donne sul Secolo D’Italia quando qualcuno osò sollevare delle obiezioni sulla nomina della Lorenzin a Ministra). Di Maio, infatti, si è iscritto prima a ingegneria, poi a giurisprudenza, e poi ha lasciato gli studi per la politica. Lui però ambisce a fare il premier non il Ministro. Ad ogni modo, non avere una laurea non credo sia un fatto da condannare (a differenza dell’aver fatto il manovale come ha sancito incontrovertibilmente De Luca).

Preso il suo bel diploma nel ’96 la Lorenzin si dà alla politica con Forza Italia e fa una lunga gavetta nel partito fino ad occupare posizioni di vertice. Candidata ed eletta deputato nel 2008 è infine riconfermata nel 2013: senz’altro una brillante carriera politica. Qualcuno potrebbe dire che non ha mai lavorato davvero in vita sua, ma non cedo al populismo. La politica è un lavoro, se fatta seriamente. Di sicuro non ha mai fatto la web master e nemmeno la manovale, cosa che abbiamo capito è assolutamente incompatibile con la politica oltre a far infuriare De Luca.

In ogni caso nel 2013 arriva Letta e – zac – con mossa fulminea decide di smuovere il suo curriculum e la fa Ministra alla Salute.

Beatrice Lorenzin, diplomata, Ministra alla Salute.

In men che non si dica, però, per disdetta cade il governo Letta (solo i gufi la chiamano congiura di palazzo), ma il saggio suo successore, Renzi il prode rottamatore, riconoscendone le indubbie qualità, la riconferma e rimette là. Ella nel frattempo, mentre il PDL passava all’opposizione, aveva opportunamente cambiato casacca passando al Nuovo Centro Destra.

Riconfermata Ministra alla Salute dunque…

alla salute di chi, visto che si insiste? Alla sua sicuramente, ma anche in qualche modo alla nostra e pure di quella dei virus resistenti

Le alchimie di governo sono strane e difficili. Devi accontentare tutti gli alleati di coalizione, devi sistemare persone, riempire poltrone, piazzare i tuoi uomini nei posti chiave. Se poi sei salito al potere con un colpo di mano o con un cambio di maggioranza è ancora più difficile. Una volta si prometteva un castello, si combinava un matrimonio, si concedeva una legislazione favorevole, si assicuravano le alleanze e si poteva finalmente partire per la guerra (Game of Thrones insegna). Bei tempi del medioevo!

Oggi è molto più difficile. Finisce che tocca mettere persone improbabili in posti impensabili.

E non solo il senno, ma l’intero senso delle cose finisce sulla Luna insieme al senno del povero Orlando.

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!

 

 

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Esempio notevolmente semplificato di schema di governo eseguito dall’artista Renato Brancaleoni. Crediti: Sefabetti.

 

Certo tra le infinite possibilità che il mondo offre, c’è quella di un web master, già manovale e stuart presso il San Paolo, che ambisce al posto di premier. La domanda fondamentale però è: la Lorenzin, ha mai ambito al ministero della salute fino a quando il PDL l’ha proposta a Letta come propria pedina nel governo? (qualche cinico direbbe “imposta”)

Posso anche immaginare che sia una politica capace, vista la sua carriera, e in quanto tale possa ambire a ruoli politici di vertice anche se diplomata. Non ci vedrei nulla di strano. D’altra parte è pur vero che ci sono posizioni di governo dove l’avere alle spalle una carriera politica è importante, mentre in altre forse occorrono caratteristiche differenti e ben connotate.

Al ministero degli Esteri, per esempio, l’esperienza da guardia giurata è l’ideale; al ministero delle Finanze invece un avvocato è perfetto, male che vada al processo di bancarotta si difende da solo; all’Istruzione… no vabbè, all’istruzione ci può andare chiunque; alla giustizia invece un’ingegnere aerospaziale perché i miei alleati di governo lo devono assolutamente piazzare da qualche parte e uno così non si può parcheggiare in un sottosegretariato a caso…

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La Ministra Lorenzin durante una conferenza. Si sta forse divertendo al pensiero del pasticcio Stamina. Crediti: Italy in US.

 

Ora, però, accade che la nostra beneamata Ministra dal lungo cursus honorum sia convinta che sia possibile curare l’influenza con gli antibiotici, che però i virus stiano diventando resistenti e che voglia allo stesso tempo lottare contro l’uso sbagliato degli antibiotici.

A questo punto ho solo un obiezione da fare:

posso anche capire l’ignoranza su virus e batteri, in fondo è una che si è occupata solo di politica dal 1996, ma possibile che in ben 3 anni al Ministero alla Salute non sia riuscita a recuperare neanche i fondamenti della biologia e della medicina? Una che parla di virus resistenti come può garantire un comportamento adeguato di fronte a vicende come Stamina? Forse non è un caso la figuraccia che abbiamo fatto dando uno spazio smisurato a un pugno di ciarlatani cacciato a pedate nel resto del mondo. Sarà forse correlato col fatto che negli altri paesi il Ministro alla Salute sa la differenza tra virus e batteri?

Ma forse sono io che che mi faccio troppe domande.

Vuolsi così colà dove si puote/ ciò che si vuole, e più non dimandare

L’idiosincrasia degli inglesi verso l’acqua tiepida

Qualche settimana fa sono stato a Londra. In Inghilterra ci ero già stato due volte da ragazzo e anche allora notai un’insensatezza difficile da spiegare. Ritornandoci, dal limbo dei ricordi sepolti nel passato, me la sono vista ricomparire di fronte all’improvviso e in maniera inaspettata. Oggi però la faccenda mi appare molto più assurda rispetto ad allora, sia perché ho una diversa prospettiva delle cose, sia perché sono passati oltre 15 anni e l’Inghilterra è molto cambiata. La globalizzazione in definitiva ha accomunato molto più i costumi rispetto alla fine degli anni ’90. I costumi italiani, ad esempio, si sono modificati e internazionalizzati e anche l’Inghilterra in questo non ha fatto eccezione. Molte peculiarità e bizzarrie di ciascun paese si sono smussate, ma non per un imperativo all’uniformazione. Semplicemente perché soluzioni a problemi trovate in alcuni paesi, sono migliori rispetto a quelle trovate in altri. Con il mondo globale le soluzioni più comode si sono diffuse come il vento e hanno soppiantato il vecchiume tradizionale in cui erano intrappolati altri popoli. Voglio dire, la pizza è eccezionale come cena: quando non sai cosa mangiare o quando vuoi uscire senza spendere troppo è l’ideale. È buona e sazia a volontà e infatti si è diffusa in tutto il mondo. Allo stesso tempo, nel mondo globale sono ben lieto di poter scegliere di mangiare un kebab. Anche il kebab è succulento e molto gratificante, una vera manna dal cielo quando desideri qualcosa di veloce e saporito e non hai voglia di cucinare o sei in giro per strada. Il kebab appunto è un’ottima soluzione per una cena e si sta diffondendo sempre di più. Negli anni ’90 nella maggior parte d’Italia non c’era, ora c’è persino a Potenza.

 

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Ah, le bianche scogliere di Dover ove l’onda si infrange e bla, bla, bla… È dietro di esse gli inglesi custodiscono lo sbaglio ultimo della mente umana

 

La globalizzazione però nulla a quanto pare ha potuto contro questa autentica bizarria inglese. Il secondo incontro con essa avvenne quando tre anni fa un mio amico andò per tre mesi  ad Oxford per motivi di lavoro.  Fu una sua mail a farmi balenare come un fulmine dall’ippocampo alla corteccia frontale il ricordo di quella insensatezza made in England. Anche lui da acuto osservatore quale è, rimase interdetto di fronte alla totale sovversione delle leggi della logica cui poneva di fronte.

No, non si tratta di quella terribile ostinazione degli inglesi a guidare contro mano, che finisce per causare pericoli gravissimi per chi non abituato si arrischi nelle strade della perfida Albione – usanza questa invero perversa che costringe gli inglesi a scrivere negli attraversamenti pedonali da che lato guardare per aiutare i poveri pedoni stranieri a non essere travolti dal traffico.– Questa stravaganza non è poi così sensazionale e nulla è in confronto a quella a cui mi riferisco, non gela l’animo in chi si trova ad affrontarla. Una cosa così appariscente e pacchiana come la guida a sinistra non può sconvolgere più di tanto, è un’ostentazione retorica, al più un vezzo. Un tedesco può rimanere indignato del concetto di fila che ha un italiano, ma non può rimanerne sconvolto. Un europeo può rimanere incerto davanti a un peso in once, ma ciò non potrà mai scuotere il suo pensiero dalle fondamenta.

Questo invece è proprio ciò che accade quando ci si trova in un bagno inglese. Attenzione perché la faccenda non è così evidente, sembra una cosa da niente, eppure si insinua di soppiatto, scava nell’inconscio minando quello che è il senso della logica delle cose. Si è portati a pensare infatti che tutte le cose abbiano un loro senso o una loro logica, per quanto perversa o sbagliata essa sia. Tanto per capirci, stiamo distruggendo l’unico pianeta abitabile che conosciamo. Oggi lo sappiamo, ma andiamo avanti lo stesso. È sbagliato, è perverso, ma comunque c’è una logica dietro ed è quella del profitto. Il fatto che ci sia un qualche senso di fondo nelle cose è un assunto che ci portiamo dietro inconsciamente e che in qualche modo ci dà una fiducia nella possibilità di interpretare i fatti che vediamo.

I bagni inglesi tuttavia nascondono un orrore aberrante che fa eccezione a ciò. In essi vi si annida la subdola falla alla struttura che regge il mondo, lo sbaglio ultimo del creato, l’abiezione assoluta.

Sto parlando dell’angosciante rubinetto del lavandino

O meglio, dovrei dire “i rubinetti del lavandino”. Già, perché i lavandini inglesi hanno DUE rubinetti, ciascuno formato da un proprio erogatore d’acqua e da una propria manopola per regolare il getto. Naturalmente uno è per l’acqua calda, l’altro è per l’acqua fredda: l’orrore disvelato, l’angoscia, il sentire l’ordine delle cose sgretolarsi e scivolare verso il caos e la follia.

So che l’organizzazione di un lavabo inglese è difficile da comprendere (e anche da visualizzare), proprio per via della sua insensatezza, però è proprio così, come vi sembra vi aver capito e non volete accettare. A nord del canale della Manica, posti di fronte a un lavandino, voi avrete alla vostra destra un rubinetto dell’acqua fredda, costituito da un meccanismo per regolare il flusso e un proprio erogatore e avrete alla vostra sinistra, al lato opposto del lavandino, un rubinetto a sé stante per l’acqua calda, costituito da un meccanismo per regolare il flusso e un proprio erogatore. I due erogatori sono solitamente separati da una distanza intorno ai 10 cm.

 

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Un classico lavandino inglese con i rubinetti separati

 

A volte nella vita capita che certe cose lascino basiti, altre sconcertati, altre sconvolti, altre ancora scioccati. Questa no, questa dei rubinetti credo vada oltre. Mancano le parole per descrivere cosa si provi a lavarsi le mani o la faccia in un lavandino inglese,

alla tua destra acqua gelida sgorga limpida/ siccome limpida alla tua sinistra sgorga bollente.

No, nemmeno la poesia basta.

Puoi scegliere quindi! Puoi scegliere se congelarti le mani, se ustionartele o se sottoporle alla sauna finlandese. La religione anglicana, in quanto protestante, non prevede il libero arbitrio, il lavandino inglese sì. Quanto al lavarsi la faccia è possibile provare a raggiungere un certo compromesso ponendo le mani a coppa sotto ciascun rubinetto provando a raggiungere la temperatura desiderata, ma è un esercizio che richiede una certa pratica, specie se fatto la mattina appena svegli quando si è del tutto rintronati.

Questa cosa potrebbe sembrare un dettaglio rispetto alla guida a destra o alla carne pesata in libbre, ma non è così. Queste usanze in fondo per quanto bizzarre e appariscenti hanno un loro senso, una loro logica, per quanto magari antiquata. Le unità di misura o il senso di marcia dopotutto sono una convenzione. È accaduto che il resto del mondo scegliesse l’opposto degli inglesi. Una casualità. Gli inglesi per abitudine l’hanno trasformata in una convenzione e finanche in un tratto distintivo, da ostentare con impudenza.

Questa dei lavandini no, questa non me la spiego. Non è una cosa evidente, è una cosa subdola, devi farci mente locale. E quando lo fai, la sua più totale e completa insensatezza balza agli occhi e ti lascia smarrito. Come può essere? Come può uno essere così genio da disgiungere i rubinetti dell’acqua calda e fredda? Come possono esserci sulla terra 70 milioni di persone che lo fanno? Come è possibile che questo paese sia la capitale finanziaria del mondo? Come è possibile che 70 milioni di persone debbano decidere diverse volte al giorno se ustionarsi le mani, gelarle o fargli la sauna finlandese?

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Lavandino inglese di chiara fattura moderna. La loro cocciuta ostinazione è disarmante

 

Anni fa i bidet in Italia erano diversi. L’acqua scorreva in dei canaletti al di sotto del bordo e usciva da dei buchini, da un lato l’acqua calda, dall’altro l’acqua fredda. Per lavarti dovevi tappare il bidet, riempirlo d’acqua cercando di raggiungere una temperatura accettabile e poi lavarti usando l’acqua raccolta. Da molti anni però la filosofia del bidet è radicalmente cambiata. Ora se vuoi puoi sempre tappare il bidet e riempirlo, di solito però si usa l’acqua corrente che esce con un getto direzionabile da un solo erogatore di cui puoi regolare la temperatura miscelando opportunamente acqua calda e acqua fredda. PERCHÉ GLI INGLESI IN 15 ANNI NON HANNO FATTO ALTRETTANTO CON I LORO LAVANDINI???

PERCHÉ?

A proposito del mio amico che era andato a Oxford, nella sua mail che definirei sconsolata mi scrisse che effettivamente dagli anni ’90 c’erano stati degli sviluppi: aveva trovato dei lavandini di nuova generazione presentavano finalmente un unico erogatore.

Ecco le sue parole

Tra tutte le altre cose divertenti, annovero che costoro hanno due dispensatori di acqua separati, uno per l’acqua calda e uno per la fredda. In alcuni casi, è possibile trovare un unico dispensatore, che è però suddiviso da un setto: dalla parte sinistra esce l’acqua calda, dalla destra quella fredda. Ultimo ritrovato della tecnologia è il dispensatore a tubi concentrici: dal tubo interno esce l’acqua fredda e da una corona cilindrica esterna quella calda (o viceversa, non ricordo).

Bisogna effettivamente essere perfidi per concepire tutto ciò!”

 

… ora non hai neanche più il libero arbitrio, mi verrebbe da dire, ora ti ustioni e congeli la mano contemporaneamente, non devi più scegliere.

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma gli inglesi che problema hanno con il concetto di acqua tiepida? Che non ne siano a conoscenza?

Dio salvi la Regina…

… e noi dalla logica inglese.

ZUPPA DI PESCE ALLA LUCANA: Una ricetta a base di acqua potabile, alghe, batteri, caldo, mucche e pesca di frodo

«È probabile che si sia trattato di pesca di frodo»

È quanto ha affermato, non senza un certo coraggio, il presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella alla trasmissione televisiva Matrix nella puntata del 6 aprile (min 4:55) riguardo ai pesci che hanno deciso caparbiamente di morire in Val d’Agri.

Ma in principio, fu l’alga cornuta.

E fu strage di pesci nell’invaso artificiale di Pietra del Pertusillo. Era il 2010 e sembrava che l’apocalisse fosse scesa sul lago lucano che fornisce acqua potabile e irrigua a oltre 2 milioni di persone in Puglia e in misura molto minore a Basilicata e Campania. La diga, posta a sbarramento dell’alto corso del fiume Agri, fu costruita negli anni ’60, è alta oltre 90 m e dà origine a un lago dalla capacità di 155 milioni di metri cubi. Gli ingegneri che la progettarono certo non sapevano che, oltre 4000 metri al di sotto del lago che avevano immaginato, ce ne fosse già un altro di diverso tipo. Un enorme giacimento di idrocarburi, il più grande in Europa su terraferma, che, sfruttato dall’Eni, avrebbe fornito da solo il 70% della produzione italiana di petrolio e il 20% di quella di gas.

 

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Lago Pietra del Pertusillo. Sullo sfondo il Monte Sirino (Parco Nazionale della Val d’Agri). Crediti: Vincenzo Senzatela

 

Ma questa è una storia che non centra nulla col Pertusillo, stando a Pittella, assolutamente nulla. E come dargli torto? Anni di controlli dell’ARPAB (Agenzia Regionale Per l’Ambiente Basilicata) non hanno mai fornito dati di cui preoccuparsi. Il fatto è da ascriversi come mera coincidenza, una simpatica curiosità.

Solo che ogni tanto i pesci nel lago decidono di morire. Ora, si legge nel sito dell’Eni che il Pertusillo è un invaso che per sua natura tende all’eutrofizzazione (e già qui uno si domanda che glie ne frega all’Eni del lago? Forse per l’Eni la vicinanza del lago non è solo un fatto meramente accidentale, ma qualche grattacapo lo potrebbe dare). L’eutrofizzazione è un fenomeno che avviene quando l’accumulo di sostanze organiche nell’acqua porta a un grande sviluppo di microrganismi che però finiscono per consumare gran parte dell’ossigeno rendendo le acque inospitali. Questo processo se eccessivo può causare estese morie di pesci.

In effetti il lago in passato ha avuto qualche moria sporadica, ma dal 2010 queste morie si sono succedute con cadenza preoccupante. Il fatto che delle analisi delle acque fatte proprio all’inizio di quell’anno mostrassero un’enorme quantità di batteri fecali, oltre a valori anomali di bario,** doveva per forza essere un errore del tutto casuale. Infatti, in quanto dati allarmanti, chi li aveva divulgati, cioè il tenente della Polizia Provinciale Giuseppe di Bello e il giornalista Maurizio Bolognetti, era stato giustamente denunciato per procurato allarme, accusa poi modificata nel più grave “rivelazione di segreti d’ufficio”. Chiaramente anche questo deve essere stato un errore: quale era il segreto d’ufficio se l’inquinamento non c’era come mostravano inconfutabilmente i dati ARPAB? “Le acque degli invasi sono pure come le sorgenti di alta montagna” avevano già sentenziato all’unisono l’assessore all’ambiente Vincenzo Santochirico e il direttore dell’ARPAB Vincenzo Sigillito (il primo condannato dalla Corte dei conti per rimborsi truccati, il secondo indagato nel disastro ambientale Fenice), ribandendo che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

 

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Il prode Vincenzo Santochirico, ex assessore all’ambiente della Regione Basilicata, che con grande sprezzo del pericolo beve acqua di sorgenti di alta montagna lasciando quella del Pertusillo ai pugliesi che tanto le montagne se le sognano. Successivamente si procurerà lo scontrino dell’acqua che gli era stata offerta e presenterà prontamente domanda di rimborso alla Regione.

 

Quando a giugno di quell’anno il pesce angelo della morte decise di farsi un tuffo nel lago fu per una mera coincidenza che nulla aveva a che fare con i dati fasulli di Di Bello.

Colpa dell’alga cornuta” fu infatti la sentenza. La temuta alga, oltre a colorare le acque di rosso, le rende inospitali per i pesci e risulta molto tossica anche per l’uomo. Le sue fioriture fuori controllo avvengono normalmente in caso di cattiva salute delle acque, ma non era evidentemente il caso del Pertusillo, sia ben chiaro. Il fatto che fosse successo all’inizio della stagione calda con il lago riempito dalle piogge primaverili non poteva avere comunque alcuna relazione con un eventuale inquinamento, perché quest’ultimo non c’era come comprovato dai dati ARPAB. Punto.

 

Anno 2011: nuova moria, questa volta già ai primi di maggio, ma, per fare meglio, una seconda segue ad agosto!

Di nuovo l’alga cornuta tra i colpevoli. Nel frattempo si era cominciato ad ammettere che ci potesse essere qualcosa che non andava, ma se pure fosse stato un problema, la colpa sarebbe stata degli agricoltori che usavano troppi concimi. Gli allevatori usavano il letame per concimare i campi, ecco il problema: le mucche e i vaccari. Poi, sì, forse c’era anche qualche problemino con alcuni depuratori che non funzionavano, in ogni caso nulla di cui allarmarsi, c’erano quelli nuovi in costruzione. Nulla però in confronto ai temibili vaccari della Val d’Agri e nulla di cui preoccuparsi neanche per le analisi di acque e sedimenti dell’invaso fatte da Di Bello e da Albina Colella professoressa ordinaria di geologia dell’Università di Basilicata che mostravano elevate quantità di idrocarburi e metalli pesanti. Tuttapposto e via così in scioltezza si va al 2012!

 

Nuovo anno nuova moria, questa volta però per il batterio Aeromonas cattivello che ammazzò i poveri pesci del lago.

Colpa del batterio che non aveva nulla a che vedere con l’inquinamento, assolutamente nulla! Quanto all’articolo della Colella uscito sulla rivista scientifica Fresenius sulla contaminazione da idrocarburi delle acque del lago, non era certamente cosa da prendere sul serio: l’inquinamento non esiste, cioè, potrebbe esisterne un po’ anche secondo alcuni dati ARPAB, ma non è che bisogna per forza impuntarsi su questa faccenda. Scarichi abusivi e allevamenti, ma niente di serio. È tuttapposto!

 

 

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Acqua del Pertusillo nei pressi della diga. Chissà perché i pesci preferiscono suicidarsi piuttosto che nuotarci felici. Crediti :Vincenzo Senzatela

 

Nel 2013 nessuna moria finalmente, ma incredibile a dirsi secondo l’ARPAB il Pertusillo era inquinato.

Si poteva dirlo apertamente: alte quantità di fosforo e azoto e persino tracce di idrocarburi, frutto probabilmente di scarichi illegali. Quei cafoni bifolchi oltre ad avere mucche, dovevano aver versato qualche tanica di olio nel fiume e il danno era fatto. E poi c’è sempre quella sorgente di Tramutola da cui da esce petrolio in maniera naturale. Quell’acqua va finire nell’Agri e da lì nel lago ed ecco spiegato tutto. In ogni caso sebbene le acque non fossero proprio pure come le sorgenti di alta montagna, non c’era nulla di cui preoccuparsi. Tuttapposto e via così!

 

Nel 2014 nessuna moria, ma le polemiche continuarono.

Alcune associazioni ambientaliste insieme alla professoressa Colella e al tenenti Di Bello sollevarono dubbi, infatti, sulla sicurezza della reinienzione delle acque di scarto del petrolio nel pozzo Costa Molina 2. Il timore era che potesse perdere inquinando le falde che alimentano il lago come testimoniava la comparsa di due sorgenti tossiche poco a valle del pozzo stesso. Passò invece sotto silenzio il nuovo articolo pubblicato dalla stessa professoressa sulla contaminazione da idrocarburi e metalli pesanti di acque e sedimenti del lago. A dimostrazione che si trattava di allarmismo strumentale il processo a Di Bello andava avanti spedito arrivando al terzo grado di giudizio. Le preoccupazioni crescenti in Puglia, dove quell’acqua arriva nelle case e nei campi, erano evidentemente immotivate, così come l’indagine avviata dall’UE. Situazione sotto controllo.

 

E venne il grande caldo.

Se per due anni era andata bene il 2015 sembrò voler recuperare il tempo perso e così la superficie del lago ad agosto si ricoprì nuovamente di migliaia di carcasse di pesci. “Colpa del caldo!” fu la sentenza dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale (IZS) di Puglia e Basilicata. D’altra parte che altro poteva essere? Nelle analisi fatte a Foggia nei pesci non c’erano tracce di idrocarburi, né di pesticidi, quindi nessun allarme, solo la calda estate 2015. Tuttapposto! Erano senz’altro da rigettare, invece, le analisi pubblicate dagli stessi veterinari dell’IZS, ma del centro di Calvello (PZ), su pesci prelevati tra il 2012 e il 2013 che indicavano la presenza di microcistine (le tossine legate all’alga rossa) oltre i valori di rischio acuto, idrocarburi e metalli pesanti tra cui piombo, rame e mercurio. D’altra parte essendo tuttapposto, era del tutto impossibile tener in conto dei dati dell’istituto di Calvello. È un ragionamento autodimostrato!

 

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La diga che dà origine al lago del Pertusillo ha un’altezza massima di 95 metri ed è stata costruita tra il 1957 e il 1962 per fornire acqua all’Acquedotto Pugliese. Crediti: Vincenzo Senzatela

 

Infine venne il giorno della pesca di frodo.

L‘inchiesta dell’antimafia sul petrolio lucano ha portato il primo aprile agli arresti domiciliari per 5 dipendenti Eni, di cui 4 alti funzionari, al sequestro del pozzo di reiniezione Costa Molina 2, di due vasche nel centro oli dove viene purificato il petrolio (che sorge nelle vicinanze del lago) e dell’impianto di Tecnoparco posto in provincia d Matera dove vengono trattati gli scarti della lavorazione petrolifera. Perché? Perché secondo gli inquirenti, l’Eni risparmiando 100 milioni all’anno modificava i codici dei rifiuti qualificando come non pericolosi liquami che lo erano e che avrebbero perciò necessitato di un trattamento molto costoso. Si è chiaramente si è trattato di un pesce d’aprile visto il giorno in cui è scoppiato il caso. Quelli della Direzione Nazionale Antimafia sono dei noti burloni: sequestrare gli impianti dell’Eni costringendola a sospendere le attività è veramente lo scherzo del secolo, ma quello di cominciare a raccogliere le cartelle cliniche della zona e verificare i dati ambientali comincia ad essere decisamente esagerato. La situazione ambientale nella zona è chiaramente sotto controllo e le attività petrolifere e la carenza dei controlli dell’ARPAB sulle attività Eni nulla hanno a che vedere col Pertusillo, che è un caso assolutamente a se stante. Così questo è quello che è andato a ribadire Pittella a Matrix. E i pesci morti? Sono chiaramente i pescatori di frodo.

Il meccanismo con cui la pesca di frodo possa portare alla morte di migliaia di pesci, in verità, temo possa rimanere un po’ oscuro, la storia del caldo convince senz’altro di più, ma tant’è, Pittella ha parlato. Qualcuno va a pescare nel lago con le bombe a mano?

 

** L’espressione (un’allarmante presenza di idrocarburi, metalli pesanti e alifati e clorurati cancerogeni, oltre a un enorme quantità di batteri fecali) è stata cambiata in (un’enorme quantità di batteri fecali, oltre a valori anomali di bario) in quanto queste dati sono emersi in analisi successive più complete ad opera della Colella e di Di Bello

Il silenzio sulla Turchia e il Renzi tonante

Sono cominciati i reimbarchi di profughi dalla Grecia verso la Turchia, come conseguenza degli accordi fatti con l’UE. In quella che è sembrata a tutti gli effetti una capitolazione, l’Europa alla fine ha deciso l’assegnazione di ben 6 mld alla Turchia per la gestione dei rifugiati della guerra civile siriana. L’accordo prevede il blocco del passaggio dei migranti in arrivo dalle coste Turche e il reimbarco per riportare in dietro quelli che riescono a passare. I soldi serviranno per gestire la costruzione e la gestione dei campi profughi. Dopo che per mesi si era discusso di un fondo di 3 mld, a fronte delle esose pretese di Ankara, l’Europa ha ceduto nel giro di due settimane senza neanche batter ciglio. Tutto purché i lagher per gli emigranti siano fatti il più lontano possibile. Come si suol dire, “lontani dagli occhi, lontani dal cuore”. Ed ecco che inseguendo l’assurdo quotidiano nelle sue fantasiose manifestazioni ci tocca inseguirlo tra Bruxelles, Istanbul, Ankara e anche Roma, perché almeno 300 milioni di quei 6 miliardi saranno italiani e hanno alle spalle una polemica non si sa se più sterile o più ridicola.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c52bfead-3ff2-4e53-8c91-fb79706bb43e.html?iframe

(La difficile situazione dei profughi in grecia, tra imbarchi forzati e assalti dei fascisti)

Voglio però partire da Trieste. Sabato 27 febbraio, una giornata fredda, umida e piovosa. La bora della notte fortunatamente era calata, ma comunque rimaneva una giornata schifosa. Eppure alle 15:45, col mio classico quarto d’ora di ritardo, ero sotto la sede RAI in Via Fabio Severo, insieme a un’altra cinquantina di pazzi idealisti a manifestare. Pazzi idealisti perché, pensate un po’, eravamo lì per chiedere che i media ponessero attenzione alla feroce politica di guerra e repressione della Turchia contro la minoranza curda.

 

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Manifestazione di sostegno al popolo curdo davanti alla sede RAI di Trieste

 

Da giugno dell’anno scorso infatti, il governo turco ha voltato le spalle agli accordi con i curdi e ha riaperto le ostilità. La zona del Kurdistan turco dopo 30 anni di guerriglia tra governo e PKK (partito comunista curdo) stava vivendo finalmente un periodo di pace quando il governo ha deciso che tutto ciò doveva finire. I motivi sono molteplici. Uno dei maggiori è il grande successo dei cantoni curdi nel nord della Siria, il cosiddetto Rojava, nel

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L’avanzata nel nord della Siria della regione a maggioranza curda del Rojava (in giallo) a spese dell’ISIS (in grigio) nell’ultimo anno (in rosso le forze governative di Assad, in verde le forze ribelli, in bianco Al Nusra).

respingere l’avanzata dell’ISIS, cosa che pone la minaccia della nascita una regione autonoma curda (effettivamente proclamata qualche settimana fa) se non addirittura uno stato indipendente alle porte della Turchia. Siccome il partito alla guida del Rojava, il PYD è molto vicino al PKK, il suo successo è visto dalla Turchia come una minaccia alla propria integrità e ciò ha spinto ad un’aggressione preventiva. L’altro importante motivo è stato il successo politico dell’HDP, il partito democratico del popolo, che ha raccolto le rivendicazioni curde e di parte della sinistra turca e che ha impedito a Erdogan di ottenere la maggioranza assoluta in parlamento nelle elezioni di giugno, obbligandolo a indire nuove elezioni e a rinunciare alla riforma presidenziale a cui aspirava per autoincoronarsi sultano.

Da giugno, a fronte di un tentativo iniziale del PKK di non alimentare l’escalation militare non rispondendo agli attacchi contro i civili curdi, si sono visti assedi della durata di mesi da parte dell’esercito delle città del sudest (a maggioranza curda) dove l’HDP aveva vinto le elezioni, con dichiarazione di coprifuoco, taglio di acqua, luce e gas, cecchini appostati sui palazzi che aprivano il fuoco a caso sui civili, gente trascinata attaccata a un furgone nelle strade, torture, omicidi, donne massacrate in mezzo alla strada, incarcerazione di politici democraticamente eletti con l’accusa di terrorismo, distruzione di città patrimonio dell’UNESCO. Parallelamente nel resto della Turchia i nazionalisti hanno avuto campo libero, se non il diretto appoggio del governo, nell’assaltare non solo le sedi dell’HDP e di altri partiti filo curdi o di sinistra o giornali, ma anche quartieri, negozi e uffici curdi così come le sedi dei giornali che osavano parlare di quanto accadeva . E ogni volta che attentati colpivano manifestazioni curde – a giugno durante un comizio dell’HDP, a settembre a Suruc con una trentina di morti, a novembre ad Ankara durante la manifestazione della pace con oltre 100 morti – presumibilmente per mano dell’ISIS, Erdogan tuonava contro i terroristi. Solo che nella dialettica di Erdogan ISIS e PKK sono grossomodo la stessa cosa, in quanto entrambe organizzazioni terroriste. E non fa niente che uno sia un movimento fanatico fascio-islamista e l’altro sia un movimento per i diritti di una minoranza etnica, laico e di sinistra, e che le due fazioni siano avversarie e si stiano anche facendo la guerra in Irak, per Erdogan sono indistinguibilmente terroristi (credo che qualcosa di simile si possa riscontrare solo in 1984 di Orwell). Perciò è chiaro che se l’ISIS fa un attentato a una manifestazione curda, bisogna colpire il terrorismo, quindi il PKK e in generale i curdi. Il risultato è che ogni attentato contro i curdi è stata l’occasione per aumentare la stretta e la repressione contro chi ha subito l’attentato: è la logica orwelliana della Turchia attuale.

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Partigiani e partigiane delle YPG/YPJ (unità di difesa del popolo/delle donne) che hanno partecipato alla liberazione di Tall Abyad lo scorso giugno, una delle più grandi sconfitte subite dall’ISIS che ha tagliato la più grande linea di approvigionamento con la Turchia attraverso la quale passavano armi, uomini e petrolio. Manco a farlo apposta, la Turchia non ha preso tanto bene l’esito della battaglia, ha dato protezione ai soldati dell’ISIS in fuga, li ha riarmati e gli ha permesso di rientrare nel Rojava tre settimane dopo in una sanguinosissima azione di commandos nella città di Kobane che ha lasciato un centinaio di civili morti nelle strade

A questo si è aggiunta la stretta contro la libertà di stampa e di opinione, con la chiusura di giornali e l’intimidazione o l’arresto di giornalisti e editori con accuse che vanno dal tradimento al terrorismo. È quanto è successo ad esempio al quotidiano Zaman, un tempo vicino all’AKP, il partito di Erdogan. Si badi bene che il giornale non è stato chiuso, gli hanno solo cambiato in connotati! Prima era contro Erdogan, ora è a favore. Et voilà, che ci vuole? Altro che editto bulgaro di Berlusconi. Una bella accusa di propaganda terroristica, un blitz della polizia con cannoni ad acqua e lacrimogeni, un bello sgombero della vecchia redazione ed ecco che come per magia senza neanche un giorno di interruzione abbiamo un giornale superfighissimo, molto meglio del precedente, che riconosce finalmente il giusto valore del prode Erdogan e del prodigioso governo turco.

 

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Il nuovo Zaman a seguito del blitz della polizia che ha smantellato la vecchia redazione. I titoli: Galatasaray batte Bayern Monaco 12-0, di Erdogan tutti i goal. Erdogan: l’uomo più sexy al mondo. Erdogan vince il Nobel per la fisica. Le mani giganti di Erdogan. Erdogan dà alla Turchia il permesso di entrare in Europa. Erdogan sovraumano sconfigge Chuck Norris. Internet ad alta velocità con Erdogan Online. Sandaggio: Erdogan il politico più popolare di sempre! Meteo: l’alta pressione “Erdogan” porta sole e gioia in Europa. (crediti @extra3)

 

È questa la nazione a cui stiamo affidando 6 miliardi di soldi nostri per gestire i profughi di una guerra che essa stessa ha alimentato, finanziando fazioni ribelli islamiste e ISIS. La cosa interessante è che nessuno parla di cosa sta succedendo in Turchia. Qualche articolo sui giornali, qualche notizia superficiale in TV, ma del massacro dei curdi nulla. Il Rojava strappa decine di città e villaggi all’ISIS e arrivando a 20 km da Raqqah, la capitale del califfato, ma in TV si parla solo di Mosul o di Palmira, dei Peshmerga e di Assad. Delle unità di protezione del popolo (YPG) e delle donne (YPJ) dei curdi siriani, così vicine al PKK, neanche una parola. Non una parola dei politici dell’HDP arbitrariamente arrestati, non una parola sui video che mostrano una camionetta dell’esercito turco trascinare per le strade di Dyarbakir un giovane ragazzo curdo attaccato a una corda. Non un commento sulle orribili immagini di una giovane ragazza curda massacrata per strada dall’esercito. Niente di niente. Si dà la notizia dell’accordo dell’UE con la Turchia come se nulla fosse.

E allora io insieme ai ragazzi della comunità curda di Trieste e altri pochi pazzi idealisti il 27 febbraio ero sotto la sede della RAI chiedendo la TV pubblica desse voce e visibilità ai crimini e ai massacri subiti dai curdi, chiedendo che la TV raccontasse cosa sta succedendo in Turchia. Evidentemente la nostra richiesta doveva essere troppo esotica. Infatti è, sì, scesa una troupe a raccogliere qualche immagine, ma alle 15 e 30 esatte quando non c’era quasi nessuno. È vero che anche più tardi non siamo mai stati in molti, però tra una sessantina di persone e una decina c’è una bella differenza. Il servizio poi è durato circa 30 secondi senza ovviamente spiegare nulla del perché fossimo lì sotto la RAI, è finito in mezzo alle notizie di arte e sport e non è nemmeno stato annunciato nei titoli di testa.

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La temibilissima vignetta censurata del folle e sanguinario fumettista ZeroCalcare sull’assedio durato mesi alla città curda di Cizre da parte dell’esercito Turco.

La RAI però non è l’unica a glissare sulle malefatte turche, Facebook sta facendo di molto peggio. Il social media infatti è arrivato all’aperta censura di qualsiasi contenuto a sostegno dei curdi. Io stesso mi sono trovato dei post che avevo condiviso scomparsi perché contenevano immagini della bandiera o dei partigiani e delle partigiane delle YPG/YPJ, le unità di protezione del popolo e delle donne che tanti danni hanno inflitto al califfato dopo averne fieramente respinto l’assalto. Persino alcuni disegni fatti dal noto fumettista ZeroCalcare sono finiti sotto la mannaia della censura. Questo avviene nel silenzio di gran parte dei media in seguito a un accordo fatto da Facebook con il governo turco in cui il colosso americano si è piegato per avere libero accesso all’ampio bacino di utenti dello stato mediorientale.

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Una delle temibilissime immagini censurate da Facebook. All’indomani degli attentati di Parigi collettivi antifascisti francesi avevano dato vita a una campagna di sostegno ai combattenti curdi su change.org, ma la locandina e la campagna non sono sopravvissute alla mannaia della censura di Lord Zuckemberg.

 

Naturalmente la censura sui social media interna in Turchia è molto maggiore rispetto a quella che Erdogan è riuscito a imporre all’estero. Nell’oscuramento dei socialnetwork la Turchia può vantare una compagnia ristretta e sceltissima tra le nazioni campioni della democrazia: Iran, Cina, Vietnam, Pakistan e Corea del Nord. Nella classifica della libertà di stampa invece va meglio ponendosi al 149mo posto su 180.

In tutto questo la nota ridicola è stata Renzi che protestava contro i fondi che l’UE voleva concedere alla Turchia per la gestione dell’emergenza migranti. Forse perché non voleva finanziare un paese che si sta macchiando di crimini sanguinosi? Forse perché la Turchia finanzia i gruppi jihadisti? O forse perché ha a cuore la libertà? Niente di tutto questo!

Renzi ha protestato duramente perché voleva che la quota che l’Italia doveva versare, non rientrasse nel patto di stabilità rischiando di far sforare il limiti di Maastricht. Renzi ha inveito, ha tuonato, ha puntato i piedi per questo, ha fatto rispettare la voce dell’Italia. Per soldi che già si sapeva che in ogni caso non sarebbero rientrati nel patto di stabilità. Ma lui tuonava…

3 milioni e mezzo di euro per andare a margherite

L’altro ieri mi chiamano da Potenza: «Oggi al TGR hanno dato una notizia, che lì per lì non ci ho fatto neanche caso, ma poi ho pensato, ma che cavolo! Il parco dell’Appennino Lucano dà qualcosa come 3 milioni per fare monitoraggio ambientale vicino ai pozzi, ma il monitoraggio andrà fatto a vista, senza strumenti!»

Eh!

Cioè si spenderanno milioni per mandare un po’ di gente a passeggio a guardare in giro? Come si fa il monitoraggio ambientale a vista? Iniziative di questo genere in Basilicata di solito hanno una ragion d’essere legata a una nobile tradizione che qui non espongo perché non voglio essere querelato. Tuttavia chiunque conosca queste dinamiche o sia un po’ sveglio sa bene cosa significano i soldi per mandare gente a spasso. Assurdo!

«Se non ho capito male Legambiente ha persino protestato contro. Non ho parole!»

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Parco dell’Appennino Lucano: Montagna Grande di Viggiano vista dal Monte Vulturino

 

Fin troppo assurdo, ma cosa c’è di vero?

Tutto ed anche di più. La notizia effettivamente è esplosa 4 giorni fa a seguito di alcune segnalazioni arrivate al giornale online Greenreport su un improbabile bando di un appalto del parco dell’Appennino Lucano. Così improbabile che Legambiente ha formalmente richiesto il ritiro del bando definendolo “inopportuno e finanche dannoso”. Il Parco dell’Appennino Lucano si è rivelato come il parco dal perimetro ultra-articolato per eccellenza, il parco disegnato per aggirare con precisione chirurgica i pozzi di ENI e Shell in Val d’Agri e non arrecare disturbo a qualsiasi attività di qualsiasi tipo, specialmente se ha a che fare con estrazione/trasporto/lavorazione/smaltimento-di-scarti di idrocarburi. Il bando è per il Progetto Security, un progetto di monitoraggio ambientale. Ebbene, per il suo adempimento il bando prevede la bellezza di € 3.403.868,87 e Legambiente ritiene la cosa addirittura dannosa? Cosa ci sarà mai scritto?

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Il prodigioso perimetro frattale del parco dell’Appennino Lucano che segue creste, evita valli, ma soprattutto i pozzi di petrolio disseminati al suo interno (Crediti:Ministero dell’Ambiente)

 

L’opera d’art… ehm… il bando si presenta come un monumento al dadaismo più sfrenato. La sua lettura è puro nutrimento per lo spirito.

“16 – OGGETTO DEL PROGETTO

Il progetto Security mira ad attuare un programma di monitoraggio ambientale e di controllo del territorio […]. Il Progetto è finalizzato al monitoraggio e controllo delle condotte che collegano i diversi pozzi petroliferi, che rientrano nel territorio del Parco, con particolare riferimento ai controlli visivi e le rilevazioni ambientali, oltre alla valutazione di eventuali situazioni anomale e/o sospette. Nel monitoraggio delle condotte, il parametro principale è la sicurezza, influenzata dall’età e dalle condizioni delle stesse.”

Ottimo! Quindi si tratta di controllare nella più totale vaghezza le condotte dell’ENI che passano nel parco per vedere che non perdano. Posto che non mi fiderei se tali controlli fossero lasciati alla sola ENI, è normale che se ne faccia carico il parco? A questo punto viene da chiedersi a spese di chi si controllano i tubi dell’ENI. Insomma, che provenienza hanno i 3 milioni e mezzo del parco? Comunque il meglio viene subito dopo.

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Pozzo Pergola 1, uno di tanti nelle immediate vicinanze del Parco dell’Appennino Lucano (Crediti Olambientalista.it)

“17 – CONTROLLO VISIVO E AMBIENTALE

Il monitoraggio e il controllo delle condotte che collegano i diversi pozzi petroliferi ricadenti nel territorio del Parco deve essere effettuato mediante ispezioni visive in loco con l’impiego esclusivo e diretto di risorse umane. L’operatore economico potrà integrare il sistema visivo con ulteriori controlli. La tipologia di controllo visivo e ambientale si svilupperà nel seguente modo:

  • monitoraggio quotidiano di tutte le condotte petrolifere, consistente nella verifica del loro stato conservativo e del corretto funzionamento per il trasporto di idrocarburi;

  • realizzare un report sullo status delle condotte e sulla sicurezza nelle vicinanze delle stesse, accompagnato da una relazione fotografica.”

Forse era meglio rimanere nella vaghezza. “Impiego esclusivo e diretto di risorse umane”! Quindi è proprio come sembrava: 3 milioni e mezzo per mandare della gente a passeggio in campagna, però una volta a casa tocca fare un bel report sulle margherite con tanto di bouquet fotografico. Ci sono occasioni in cui l’ingegno umano supera i propri limiti per arrivare a partecipare di una scintilla di assoluto e questo è proprio uno di quei casi. Però non basta: nel bando ci sono anche le imperdibili istruzioni sul report.

“18 – RELAZIONE TECNICA

L’operatore economico fornirà dei report dovrà contenere, almeno, i seguenti elementi:

  • indicazione della sede e breve descrizione;

  • data della verifica;

  • nominativo del tecnico accertatore;

  • ubicazione della condotta;

  • giudizio sullo stato conservativo dei materiali della condotta e sul corretto funzionamento per il trasporto di idrocarburi (Cattivo, Mediocre, Discreto, Buono);

  • identificazione delle misure per il contenimento del rischio;

  • identificazione e caratteristiche della strumentazione utilizzata;

  • rapporto fotografico;

  • metodologia analitica adottata;

  • normativa di riferimento.

Nell’ottica della dematerializzazione dei documenti, la relazione tecnica dovrà essere prodotta in formato elettronico (.pdf).”

Probabilmente “dematerializzazione” è l’unico concetto che abbia un qualche senso qui dentro, temo, perché il concetto di “giudizio a occhio” mi lascia alquanto perplesso. Gli altri poi devono per forza essere frutto di una burla. Metodologia analitica adottata: “a occhio la condotta sembrava buona” o meglio ancora “gli ho tirato un bel calcione e non si è ammaccata” per quanto qui si vada già oltre il visivo.

A questo punto per non lasciarsi mancare niente è bene ribadire che all’inizio dell’opera c’è una frase che non lascia scampo.

“Il servizio in oggetto decorrerà dalla data di sottoscrizione del contratto ovvero dalla data del verbale di consegna del servizio con durata pari ad anni tre. L’Ente si riserva fin da ora di prorogare per ulteriori anni tre, qualora ne ricorrano le condizioni, l’affidamento del servizio in gara. L’importo del servizio, calcolato su anni sei, oggetto dell’appalto posto a base di gara ammonta a complessivi € 3.403.868,87”

Qui la cosa si fa sottile, perché è prevista fin da oggi la possibilità che l’ente parco possa prorogare il progetto di  tre anni qualora lo ritenga. La cosa più stupefacente però è che il bando è per 3 anni, ma l’importo del servizio è calcolate su 6 anni, quindi la durata effettiva del progetto si può dare per acquisita. Eh, niente… è fatta, per 6 anni avremo alcune decine di fortunati che in una delle regioni più povere e con la maggiore disoccupazione andranno in giro per boschi e a fare foto (non respireranno anche tanta aria buona per via del vicino centro oli dell’ENI, ma non si può avere tutto). Suonino le trombe e che si dia inizio alle danze!

Ora accade che cercando su Google si inciampa pure in un documento illuminante che fornisce informazioni non presenti sul bando. Si tratta della delibera della giunta comunale di Viggiano che sancisce l’adesione al progetto Security con lo stanziamento, tra l’altro di 250.000 euro (ma i soldi non sono l’ultimo dei problemi per Viggiano visto che hanno così tanti soldi dalle royalties del petrolio che non sanno come spenderli). Leggendo la delibera si scopre infine che dietro il progetto Security non c’è altri che l’ENI stessa! Ora il capolavoro si disvela nella sua interezza. L’ENI dunque insieme ai contributi del Parco dell’Appennino Lucano (pubblici devo immaginare) finanzia un progetto per monitorare se stessa e le proprie attività nel parco, nella maniera più burlesca immaginabile e con un enorme spreco di denaro, in parte pubblico, in parte proprio. Perché? Se ho i miei buoni dubbi sulla qualità del monitoraggio ambientale che ne verrà, ne ho anche, così, a sensazione, sull’azienda che vincerà l’appalto e sugli esiti politico-sociali della vicenda. Nemo profeta in patria?
A sproposito (non c’entra nulla, eh, assolutamente nulla), ma le 60.000 guardie forestali della Sicilia sono ancora lì?

Erdogan, la Turchia e i malvagi intellettuali nel giorno dell’attentato a Istanbul

Non avrei mai voluto iniziare il blog commentando una tale notizia. Parlo dell’attentato della scorsa mattina a Istanbul in pieno centro. Almeno dieci le vittime, tutti turisti tedeschi come alla fine si è venuto a sapere. E il mondo accademico turco tirato in ballo dal premier Erdogan.

 

Skyline di Istanbul

A parte l’assurdità dell’attentato in sè, quanto è seguito non è stato da meno. A cominciare dalla solita censura turca che immediatamente è stata imposta ai media del paese. Neanche il tempo di rendersi conto della gravità della situazione, come una mannaia è arrivato il divieto ai media di documentare in qualsiasi modo l’accaduto. Come ha commentato Kemal Kılıçdaroğlu, leader del principale partito d’opposizione, il Partito Popolare Repubblicano, “il blackout dei media è arrivato persino prima delle ambulanze”. Così mentre la mattina mi sono svegliato con la notizia dell’attentato, così come il resto del mondo, in Turchia la TV andava avanti con la programmazione abituale.

Dopo due ore finalmente è il presidente turco in persona, Erdogan, a rompere il silenzio comunicando alla nazione la sciagura… dopo due ore! Immaginate un qualsiasi altro paese dove avvenga una cosa del genere. Certo anni fa Bush fece un bel numero quando informato dell’attacco alle torri rimase impassibile davanti a una classe di bambini, ma gli americani erano informati in diretta di cosa stava succedendo, tutte le TV riportavano in tempo reale quanto stava accadendo. In Turchia no.

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan

Una volta aperta bocca però viene da domandarsi se Erdogan avesse aspettato così tanto per un improvviso quanto insolito attacco di pudore. Erdogan dunque parla, dà notizia dell’attentato, ma non solo. Perché a due ore di distanza può già affermare che l’attentatore ha 28 anni ed è siriano (ed è dell’ariete magari) quando ancora si sta facendo fatica a riconoscere le vittime (di una ancora adesso, a più di 12 dall’evento non si sa la nazionalità). “Riconosciuto grazie alle parti del suo corpo” (!) come ha dichiarato il vice primo ministro. Eh vabbè, allora… Si è saputo poi che l’attentatore era entrato dalla Siria pochi giorni prima richiedendo asilo e perciò erano in possesso delle impronte digitali. Certo che ci hanno messo un po’ a darla sta notizia, ma poi quando la danno sanno già chi è l’attentatore, eh! Efficienti! Deve essere per via di tutti quegli attentati che hanno ucciso curdi (circa 100 alla manifestazione della pace ad Ankara lo scorso 10 Ottobre e 4 il 5 Giugno a Diyarbakir, nel Kurdistan turco durante la manifestazione del partito d’opposizione HDP) e militanti di sinistra (oltre 30 a Suruc sempre nel Kurdistan) che ancora non sono state chiarite. Dice il saggio “le indagini a volte sono difficili a volte volano come il vento”. A parte che poi si è venuto a sapere che in realtà l’attentatore era saudita e non siriano, mi rimane il dubbio a quali “parti del corpo” si stesse riferendo il vice primo ministro. Le dita forse?

 

 

E va bene, giustizia è fatta su questa terra, ma non è ancora finita: Erdogan non ha ancora finito di parlare. Ed ecco che tocca ai nemici giurati della giustizia e della pace sulla Terra, gli odiati, gli infidi, i subdoli curdi e chiunque li difenda. Beh, è chiaro, l’attentatore è siriano, saudita di nascita! Curdi, siriani, arabi, ISIS, PKK tutti terroristi, parola di Erdogan! E chissene se il PKK è stato ed è uno dei più fieri nemici dell’ISIS. Ma si, PKK, ISIS, tutti uguali! Un po’ ad minchiam. La destra xenofoba europea dovrebbe seriamente prendere esempio di come si fa. E però Erdogan ha un po’ di sassolini da togliersi dalle scarpe, sassolini che nei prossimi giorni diventeranno licenziamenti nel migliore dei casi, altrimenti incarcerazioni o peggio. Innanzi tutto nessuna trattativa col partito di opposizione HDP (a maggioranza curda), col PKK e pure con le organizzazioni non governative che, boh, evidentemente danno fastidio. Della serie per l’uomo che non deve chiedere… MAI! Cosa c’entri con l’attentato non si sa, ma evidentemente Erdogan sa il fatto suo perché finalmente tocca a quei fetentoni, infingardi, vili marrani degli intellettuali. Sti intellettuali traditori osano pensare addirittura! E pensando pensando cosa fanno, non ti pensano che la Turchia stia diventando una schifezza con un governo del genere. Un governo che ha fatto oltre 400 morti civili nell’offensiva che ha scatenato nelle regioni a maggioranza curda perché questi avevano osato presentarsi con un loro partito forte (l’HDP) alle elezioni ed entrare addirittura in parlamento, mentre in Siria hanno sconfitto l’ISIS e hanno costituito un’autonomia regionale. Un governo che ha danneggiato il centro storico di Diyarbakır a cannonate, patrimonio dell’UNESCO, in questa offensiva (ma vabbè se lo fa l’ISIS è tutta un’altra storia). Un governo che finanzia non solo i gruppi islamisti in Siria, ma pure l’ISIS, con supporto logistico, armi, rifornimenti, contro Assad, ma pure contro i curdi, che una bella pulizia etnica ci sta sempre bene. Ebbene 1128 accademici di decine di università turche avevano preso posizione contro la repressione e il massacro dei curdi che sta facendo il governo con un comunicato dove condannano fortemente l’azione del governo e chiedono giustizia e pace. Giusto l’altro ieri si erano riuniti proprio a Istanbul e avevano tenuto una conferenza, sti disgraziati. Vedi che allora c’entrano con gli attentati! Ecco allora che arriva sacrosanto il monito di Erdogan “da una parte c’è un governo giusto, dall’altra quelli con le bombe e le pistole. E gli intellettuali”. E d’altra parte questi intellettuali son dei traditori della patria, vogliono le bombe, vogliono distruggere il paese, vogliono gli stranieri. Si, ha detto proprio così un paio d’ore dopo l’attentato, alla riunione degli ambasciatori. Renzi coi suoi gufi (e Berlusconi con i comunisti) è un misero pagliaccio, un fallito a confronto.

 

 

Mura di Diyarbakir

Mura di Diyarbakir. Il centro storico della città è stato dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Purtroppo è rimasto danneggiato nell’offensiva scatenata negli ultimi mesi dal governo nelle regioni a maggioranza curda.

Ora dopo un tale monumento all’assurdo ci vuole la ciliegina. Immaginate un attentato in italia e Renzi che se la prende coi gufi, o col M5S o con la Lega, perché hanno criticato il suo operato. Immaginate. Due ore dopo l’attentato davanti agli ambasciatori dice che i gufi vogliono distruggere l’Italia e sono dei traditori. Quali sarebbero le reazioni dei media italiani e stranieri? Di sicuro non mancherebbe chi proponga un TSO immediato. Erdogan in questo è superiore, nettamente superiore. Nessuno, NESSUNO lo contesta, da nessuna parte! Beh si, qualche sovversivo in giro c’è, ma poca roba, pochi sfigati. Dichiarazioni così evanescenti mi hanno richiesto giustamente una ricerca molto approfondita su siti dalla dubbia visibilità.

Erdogan che si scaglia contro gli accademici il giorno dell’attentato a Istanbul non fa notizia. Non farà notizia neanche i prossimi mesi quando i firmatari del comunicato pagheranno caramente la loro opposizione, come è diventata tradizione negli ultimi anni in Turchia, ma a quanto pare certe cose vanno così. Il mondo dell’università turco sarà il prossimo a pagare un tributo per la libertà.

Intanto l’Europa sta dando 3 miliardi (di nostri soldi) alla Turchia per gestire l’emergenza siriana per un’applicazione su vasta scala del detto “raccomandare le pecore ai lupi”.

Aggiornamento 1: Chomsky si è aggiunto alla lista dei sovversivi sfigati, ma era già tra i firmatari del documento contro la guerra ai curdi

http://www.theguardian.com/us-news/2016/jan/14/chomsky-hits-back-erdogan-double-standards-terrorism-bomb-istanbul

 

Aggiornamento 2: Spiace essere stato così profetico, ma diciamo che come profezia era scontata. Ecco che già parte la vendetta di Erdogan contro chi ha osato contestarlo: arrestati 12 docenti universitari

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2016/01/15/turchia-appello-pace-curdi-12-arresti_8e4643ae-917d-44f1-a0a9-2fa63c9a83a2.html