Petrolio e dimenticanze

Santo cielo! Ormai è più che evidente: tra petrolio e problemi di memoria e di attenzione c’è un nesso innegabile. La scienza dovrebbe studiare seriamente il fenomeno poiché non esagero se affermo che siamo in presenza di una vera e propria sindrome. Si potrebbe chiamarla sindrome petrolifera del calo di attenzione, o sindrome del petrolio lucano, visto che la Basilicata sembra esserne l’epicentro, o anche sindrome di Pittella, dal nome di uno dei personaggi più illustri ad esserne colpiti o infine sindrome della giunta lucana visto che la sindrome ha colpito molto duramente i vertici della Regione Basilicata.

Voi quale preferite?

pergola-1-luglio-2015

Pozzo in fase di perforazione in val d’Agri

La questione è ben seria. Si tratta di una sindrome molto strana. Sembra che colpisca funzionari pubblici nel momento in cui sono impegnati in questioni legate al petrolio. La caratteristica più sconcertante però è che questa sindrome sembra in grado di colpire collettivamente gruppi di individui fino a condizionare collettivamente il funzionamento di intere istituzioni.

Come spiegare altrimenti quanto recentemente successo nel processo sul petrolio lucano che vede l’Eni imputata del reato di smaltimento illecito di rifiuti? L’inchiesta andava avanti da ben tre anni e ha avuto una importante svolta il 31 marzo di quest’anno di quest’anno. Dopo tanto indagare i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia hanno deciso di passare all’azione facendo un pesce di aprile perfetto per esecuzione e tempismo arrestando alcune simpatiche personcine che sarebbero state allo scherzo. I pesci finiti nella rete dei magistrati sono dopotutto persone poco importanti: dirigenti dell’Eni, l’ex direttore dell’Ufficio Compatibilità Ambientale della Regione Basilicata, la carissima e super-affabile ex sindaca di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (che saluto anche a nome di mia nonna che le voleva molto “bene”). Molti di più però sono gli indagati, oltre una sessantina, tra dipendenti Eni, imprenditori, dirigenti regionali e personale dell’Arpab, la migliore agenzia per l’ambiente in Europa, anzi – che dico – al mondo che vanta la bellezza di due ex direttori indagati e un terzo che se ne è scappato via. Due i filoni dell’inchiesta: uno molto mediatico, uno molto più serio e grave. Il primo riguarda il giro di affari attorno al costruendo centro oli di Tempa Rossa, di proprietà della Total. Era qui che la sindaca di Corleto dettava legge imponendo assunzioni e appalti assurdi alla compagnia per propri scopi di clientela, richieste che la compagnia accettava senza problemi in cambio di una totale libertà di azione. Questo filone ha visto coinvolto anche l’ex compagno della ministra alla Sviluppo Economico, Federica Guidi, nota ai più come “sguattera del Guatemala”, che pare sia stata usata come pedina per promuovere un emendamento per facilitare le operazioni della Total. La povera Federica a quel punto ha fatto un triplo salto carpiato dalla sua poltrona di ministro per spiacciacarsi malamente a terra calamitando su di se l’attenzione mediatica, mentre i guai più gravi stavano altrove. Non dico nei terreni e nelle acque avvelenati con scarichi industriali inquinatissimi in piena campagna – che non sono della Total (chi dice il contrario è uno che picchia i figli), ma che casualmente si trovano giusto 20 metri a valle di un suo pozzo in riperforazione – e con discariche di rifiuti a cielo aperto – queste, invece, proprio della Total . L’inchiesta nel filone Tempa Rossa dopotutto non toccava questi argomenti. L’altro filone, però, sì che riguardava fatti scottanti e di maggiore interesse pubblico e ambientale rispetto ai salti carpiati delle sguattere del Guatemala. Stiamo parlando infatti di un presunto smaltimento illecito di rifiuti da parte dell’Eni declinato in tutte le possibili varianti e salse: aria, terra, acqua, fuoco. Il tutto con la connivenza, la complicità e le coperture di chi avrebbe dovuto vigilare. Nella fattispecie i magistrati hanno contestato all’Eni il continuo sforamento, ben oltre i limiti di legge, delle emissioni di gas nocivi dall’impianto del centro oli di Viggiano, dove viene fatto il primo trattamento di petrolio e gas estratti dal giacimento della val d’Agri (il giacimento su terraferma più grande d’Europa). Inoltre l’Eni avrebbe utilizzato in modo irregolare il pozzo di reiniezione Costa Molina 2. Questo pozzo dovrebbe essere utilizzato per smaltire le sole acque estratte insieme al petrolio o prodotte durante alcune fasi di lavorazione (per ogni litro di petrolio si può arrivare fino a 10 litri di acqua di scarto). In pratica queste acque inquinate e la cui depurazione sarebbe molto costosa vengono reiniettate nelle rocce permeabili del serbatoio di petrolio a oltre 4 km di profondità. I dirigenti Eni a questo punto si devono essere detti, ma visto che ributtiamo tutta quest’acqua laggiù, perché non ci mettiamo dentro anche un po’ di sostanze tossiche prodotte dalla lavorazione del gas, così ce le togliamo di mezzo e non le dobbiamo smaltire? Tanto chi ci controlla? Proprio questo sarebbe successo secondo gli inquirenti che hanno perciò sequestrato il pozzo di reiniezione dell’Eni insieme ad alcuni impianti del centro oli. Il sequestro però si è esteso però anche a un’altra struttura, l’impianto di Tecnoparco, nel comune di Pisticci (MT), a circa una settantina di km dalla val d’Agri. Questo è un impianto di trattamento di rifiuti industriali dove le sostanze chimiche vengono separati dalla parte acquosa e rese inerti (almeno così dovrebbe essere). Qui vengono trattate anche molte del le sostanze di scarto prodotte nel centro oli in val d’Agri, o meglio, quelle che non venivano proditoriamente reinettate nel sottosuolo. Dov’è dunque il problema? Nei numeri, o meglio in alcuni codici, detti codici CER, che vengono usati per qualificare i rifiuti. Ad ogni codice corrisponde un livello di pericolosità dei rifiuti ed un opportuno trattamento. Ora, guarda un po’, pare che l’Eni truccasse questi codici classificando rifiuti pericolosi come non pericolosi. Questo naturalmente comportava un trattamento non a norma, ma molto meno costoso.

20160330_180518

Le torri del Centro Oli di Viggiano fanno capolino tra i frutteti della val d’Agri

E così mentre il campionato mondiale di tuffi vedeva le sguattere del Guatemala primeggiare seguite dai capitani della marina, con al terzo posto alcuni politici che se la prendevano con i magistrati per aver ordinato sequestri e arresti a due settimane dal referendum sulle trivelle, nessuno si filava le acrobazie dell’Eni nel campionato mondiale di smaltimento rifiuti, con l’aiuto della confusione determinata dalla presenza di due filoni di indagine.

Magari può anche darsi che a livello mediatico l’attenzione e l’accuratezza nel riportare i fatti non sia stata eccezionale e anche a livello di pubblico nazionale è difficile essere coinvolti da quello che avviene in una regione dimenticata da tutti, però, almeno a livello istituzionale l’attenzione su questi eventi dovrebbe essere massima. E invece qui è arrivata come un fulmine a ciel sereno la sindrome della dimenticanza di cui si parlava prima. Tra i primi ad esserne colpiti è stato Marcello Pittella, presidente della Regione Basilicata, istituzione pesantemente coinvolta nell’inchiesta. Il prode tempo addietro aveva affermato che in caso fosse stato appurato un inquinamento causato dalle attività estrattive, avrebbe immediatamente bloccato e trivelle. Ora non si capisce se per lui l’inchiesta sull’Eni non sia stata sufficiente o si sia dimenticato delle sue parole, però pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo era su canale 5 a vaneggiare sulla pesca di frodo come causa delle morie di pesci nel lago del Pertusillo, posto proprio vicino agli impianti dell’Eni. E’ vero che l’inchiesta non ha appurato casi di inquinamento avvenuto, ma solo pratiche illecite di smaltimento rifiuti, ma se i rifiuti vengono smaltiti illecitamente come si può pensare che non ci sia inquinamento? Pittella evidentemente ha potuto… oppure sono stati i primi sintomi della sindrome. In ogni caso questo improvviso sbandamento di Pittella è stato solo un prodromo.

Per mesi poi, in seguito alla chiusura degli impianti dell’Eni e al totale blocco delle estrazioni, le istituzioni lucane si sono completamente dimenticate della questione della sicurezza ambientale per concentrarsi solo su quella lavorativa e economica. La magistratura doveva dissequestrare al più presto gli impianti per consentire la ripresa delle attività e così è stato a seguito delle modifiche agli impianti fatte dall’Eni. Quando alla fine di agosto le attività sono ripartite tutta l’attenzione era rivolta ai lavoratori che tornavano a lavoro e alle royalties che prendevano di nuovo ad affluire nelle casse della regione, ma di nuovo la disattenzione sula questione ambientale continuava. Che modifiche aveva mai fatto l’Eni per garantire di non inquinare più? Io glielo ho chiesto, ma non mi hanno risposto, né ho trovato risposte altrove. L’unica cosa che si sa è che hanno garantito di non smaltire più sostanze tossiche nel pozzo di reiniezione, ma degli sforamenti nelle emissioni e del trattamento rifiuti a Tecnoparco né l’Eni, né la magistratura né le istituzioni hanno detto nulla.

Nel frattempo parte il processo. Una delle prime fasi è quella della richiesta di costituzione di parte civile: chi si sente danneggiato può fare richiesta al tribunale di essere considerato ufficialmente come tale. I magistrati devono a questo punto accogliere o respingere le richieste. E’ avvenuto così ad esempio che l’associazione Liberiamo la Basilicata sia stata riconosciuta come tale. Anche la Regione Basilicata, in quanto danneggiata dalle attività dell’Eni era tenuta a costituirsi e in effetti l’ha fatto (se non lo avesse fatto sarebbe stata una chiara dimostrazione di connivenza con i malfattori). Tuttavia qui la sindrome petrolifera ha raggiunto il suo apice. Per avere valore legale, infatti, la richiesta di costituzione di parte civile da parte di un ente deve essere fatta dal suo rappresentante legale, ovvero Marcello Pittella nel caso della Regione Basilicata. Ora per una terribile dimenticanza la richiesta è stata fatta firmare all’assessore Franconi e così il tribunale ha rigettato la richiesta. Qui si vede quanto possa essere letale la sindrome. Questo significa che nel caso il processo appuri un reale danno causato dall’Eni, la regione non potrà rivalersi sulla compagnia.

La cosa però non è finita qui perché la sindrome non è rimasta confinata in Basilicata, ma ha intaccato un intero ministero a Roma. In effetti era già stata riconosciuta come ammissibile la costituzione di parte civile da parte del ministero dell’Ambiente nella fase istruttoria del processo, ma il ministero deve essersene dimenticato visto che non ha presentato nessuna richiesta formale in tal senso. Il tenente della polizia provinciale di Potenza, Giuseppe di Bello, che è uno che non si fida, ci ha visto del marcio e ha invocato la legge presentando un esposto per omissione in atti d’ufficio. Io, invece invoco la scienza: che si studi al più presto questa terribile sindrome e si trovino i rimedi prima che i la situazione diventi drammatica… se già non lo è.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...